GB in “Guarda me cosa dicio” 3

“Io ho tre amici. Si chiamano Nessuno, Nessuno e Nessuno.” (Nessuno, se è per questo, è anche il nome della canzone free form che si mette a cantare ogni tanto)

“Voglio casa ai Colli Albani!” (pure noi, GB, pure noi)

Il Papusko torna in città dopo qualche giorno solo soletto al paesello. GB: “Io ti sono mancato più di mamma.”

“Guarda, ho l’orologio fucsia!” (in realtà un fermaglio per capelli) “Sono le 21.57 x 2.”

Dopo aver visto Banana Joe (è il momento della sua rassegna continuata Bud Spencer-Terence Hill: “Kirby, capopattuglia” è uno dei mantra del periodo), l’illuminazione: “Io sono Albicocca Secca Giordi.”

“Basta GB, punto e basta.” “No, punto che si muove.”

“Giò, a musica avrai da ottobre un altro anno di propedeutico, poi se ti interessa dovrai scegliere uno strumento.” “Allora, voglio suonare cinque strumenti: la batteria, il flauto, l’ukulele, il violoncello, la chitarra elettrica. Anzi sei, pure il pianoforte.”

“Voglio la pista del treno a forma di 57…. Non si può? Allora a forma di rinoceronte.”

“Mamma zomba, facciamo la famiglia zombie?”

“GB, è ora, dobbiamo alzarci.” “No, è vietato fare qualsiasi cosa.”

“Devo fare pipì. Stoppa il film.” Più tardi mentre leggiamo. “Devo fare pipì, stoppa la voce.”

“Fai gli auguri a Papusko, che è la sua festa.” “Bacio, glielo sparo: Pum. Un altro: PumPum.”

“Vuoi i pistacchi Giò?” “I pistacchi puoi prenderli tutti i mesi tranne ottobre.” (detto a marzo)

GB e Pynchon: “Che numero di pagina è questo?” “844.” “È stancante questo numero.”

GB Covid 1: “Giò, lo facciamo pure noi il lenzuolo con su scritto Andrà tutto bene?” “Sì, ma ci scriviamo MUCCHE IN DIFFICOLTÀ”.

“Non c’è tempo per fare tanti grandi discorsi. Sono in partenza per un giro del mondo.” (GB cita il suo libro preferito del momento)

GB younger than yesterday: “Tanti anni fa, quando non ero piccolo.”

Capricci 1: “Basta coi capricci.” “Ma io sono nato coi capricci.”

“Io sono un genio perché trovo sempre quello che mi serve.”

“Giò, ci vediamo un film con Totò?” “No, nei film di Totò non si menano, mi piacciono i film dove si menano.” Ecco fatto, un fan fatto e finito del Cinema di menare (se da grande non scrive il libro definitivo su Bud e Terence il Papusko lo disereda: pensate che si è fatto un pianto disperato alla fine di Mister Miliardo perché non c’era una megarissa conclusiva)

Parole che resistono alla normalizzazione linguistica: mecidine (medicine), kepach (ketchup), pulizia (polizia).

“Devo andare a cucinare.” E inizia a cantare: “I miei cannellini sono famosiii…”

Niente, continua a chiamare il suo modellino di Ferrari d’epoca “la Seicento”. Povero Enzo.

Doccia 1: “Voglio che mamma non si fa la doccia per tutta la sua vita.” “Ma poi puzza.” “Voglio che puzza.”

Doccia 2: “Mamuska, non farti la doccia, è più bello fare compagnia alle persone, soprattutto ai bambini, come io sono in bambino.”

“Perché le ortiche pizzicano?” “Per difendersi.” “E perché non usano, tipo, una spada?”

Classici gibileschi 1: “Dai Giò, facciamo questa cosa.” “Mh, no. La facciamo giovedì.” In qualunque giorno siamo, si rimanda sempre a giovedì.

Classici gibileschi 2: in risposta a rimprovero, l’attacco fisso: “E’ solo che…”, a seguire scusa improbabilissima.

Applicabile a diversi soggetti: “Mamuska, Papusko, non mi piace molto, mi piace un pochino.”

Capricci 2: “Perché avete fatto un figlio se non vi piacciono i capricci?” (caro mio, la domanda delle domande)


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