These are the songs of my life: Johnny’s Edition

Già dicemmo che una volta Morrissey era dio e Johnny il suo profeta.

Poi Johnny si ruppe un’anticchia di dover tener su la baracca degli Smiths e il Vecchio Testamento ebbe termine, con le cupe atmosfere di I Won’t Share You. Ebbe inizio il Nuovo, con Moz in cerca di partner compositivi all’altezza (impossibile), e Marr in cerca di sempre nuovi orizzonti verso cui lanciare il suo inconfondibile tocco chitarristico.

Questi per me i momenti di questi 30 anni.

David Byrne chiama Johnny a Parigi per chiudere la parabola delle teste parlanti: vuole il  Marr sound per un brano in particolare, ma il ragazzo di Manchester li per lì ha le mente vuota. Allora va a farsi una passeggiata, si schiarisce le idee e butta giù il suo contributo a (Nothing but) Flowers.

Nel frattempo ha scritto anche qualcosa per un suo possibile debutto solista; solo che se c’è qualcuno a cui serve una canzone, e quel qualcuno è un’amica come Kirsty MacColl, guarda caso anche lei della partita nel caso precedente, Johnny non ci pensa due volte e gliela offre su un piatto d’argento, e nasce quel gioiello in area Madchester che prende il nome di Walking Down Madison.

Ma insieme al gusto nuovo del battitore libero, Johnny riscopre anche le gioie del fare gruppo. Addirittura due gruppi. In uno si mette in posizione defilata, lasciando le luci della ribalta a quel geniaccio adesso un po’ troppo dimenticato di Matt Johnson, Mr. The The, e per due album ne diventa spalla e rifinitore strumentale: come dimenticare il riff di armonica che lancia in orbita uno dei capolavori degli anni ’90, Slow Emotion Replay? Nell’altro invece è parte integrante della super squadra che unisce le due band di maggior culto di Manchester e dell’Inghilterra tutta nel decennio precedente, i suoi Smiths e i New Order di Bernard Sumner, senza dimenticare un piccolo aiuto della premiata ditta Tennant/Lowe, come nell’irresistibile Disappointed.

Oltre ai lavori da protagonista, non si lascia scappare l’opportunità di collaborare con molteplici artisti, fornendo i suoi skills chitarristici e/o autoriali a un’infinità di nomi: tra le canzoni altrui che lo vedono come co-autore uno dei capolavori è sicuramente Concrete Sky di Beth Orton, con ai cori un megafan degli Smiths come Ryan Adams.

E la gioia di fare musica insieme lo accompagnerà anche nel decennio successivo, dove si accompagnerà a non meno di tre gruppi, il più fortunato dei quali fu una certa indie band di Portland, Oregon, l’unica con cui il buon Johnny riuscì a raggiungere il numero 1 in America, anche grazie ai suoi micidiali riff.

Finalmente, questo decennio è stato quello in cui il ragazzo con la chitarra ha deciso di metterci voce e faccia in primo piano, e armato della fiammante Jaguar per lui customizzata da Fender, si è rivelato un ispiratissimo cantore pop delle città contemporanee, quelle della poesia nella velocità, quelle dove ci si perde tra spirali e strade verticali.

E finalmente ha ripreso in mano le sue vecchie canzoni, dando loro un nuovo accento, più diretto, meno decadente di quello del suo vecchio compare, ma senza smarrirne l’immortale fascino.

 

 

 

 


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