Cinema Graffiti

In occasione del recente genetliaco di Giovanni Spagnoletti è uscito un volume di omaggio all’illustre studioso di cinema tedesco e non solo, professore alla Sapienza e a Tor Vergata, per tanti anni direttore della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, creatore di riviste e animatore culturale. I curatori mi hanno chiesto un intervento e siccome il tema era libero mi sono concesso un amarcord svariante tra gli anni ’90 e il primo decennio di questo secolo. Eccolo qui.

***

Jeder für sich und Spagnoletti für alle

A quei tempi, alba dei ’90, si chiamava “Discipline dello spettacolo”. Afferente a Lettere, aveva tuttavia la sua distaccata roccaforte al Centro Teatro Ateneo, lontano dalle monumentalità piacentiniane. Si entrava da un ingressetto in via della Scienza, vicino alla cappella dell’Università. Sotto la sala, sopra gli uffici dei ricevimenti, degli esami, delle visioni di storia del cinema in una saletta appena dopo l’ingresso, su un televisore dagli scarsi pollici. Ricordo una volta che passai diretto da non so quale professore, dentro sparuti studenti in apparente stato di trauma. Al ritorno, una voce strascicata si levò come un grido d’aiuto nel deserto: “Ahò, Anghelopoulos, che palle!”

L’Ateneo era celebre soprattutto per le lezioni di teatro che, complice Ferruccio Marotti, un Eduardo a fine corsa aveva lasciato come estremo lascito qualche anni prima. Di lì a poco ci avrei incontrato Odin Teatret, Pippo Delbono, un magnifico Macbeth di Leo De Berardinis, oltre al mito di Don Giovanni, la commedia dell’arte, le avanguardie russe. Per quel che riguarda il cinema invece, avevo scelto come primo esame un bel corso su Renoir e il fronte popolare sotto l’egida di Orio Caldiron. Quando però fu il turno di Cinema 2, le lezioni a forte carica digressiva di Orion (come lo chiamavamo ammiccando allo strumentale dei Metallica) presero a stuccarmi, perché ok le tirate sulle difficoltà di parcheggio intorno alla Sapienza, ma poi si vorrebbe ricevere qualcosa di più sostanzioso sulla materia di studio. Cosicché all’arrivo di questo nuovo professore con un corso sullo Junger Deutscher Film, decidere fu tutt’uno. 20-30 anni dopo il loro epicentro, il fascino delle vagues sui cinefili in erba era più vivo che mai. Spagnoletti, germanista esperto, sembrava avere le giuste credenziali per accompagnarci nel viaggio insieme a Fassbinder, Herzog, Wenders e gli altri eversori degli schermi teutonici. Non era che l’inizio di un memorabile ciclo: a seguire arrivarono nouvelle vague, nuovo cinema italiano, mi pare anche il free cinema, ma ormai avevo salutato la Minerva.

Un po’ tutti serbano nella memoria l’incontro organizzato in una strapiena Aula 1 di Lettere con Edgar Reitz e Bernardo Bertolucci all’altezza di Heimat 2. A me piace ricordare altri momenti satellitari di quei corsi: un seminario di Serafino Murri che segnò il mio imperituro innamoramento per Michelangelo Antonioni; certe indimenticabili visioni in una sala sotto Scienze Politiche, Der Stand der Dinge o La boulangère de Monceau; le trasferte in una sede dell’allora Ministero del Turismo e dello Spettacolo vicino San Giovanni, con un Dillinger è morto in cui uno spettatore, quando Piccoli sale in macchina al termine della sua notte brava esclamò: “Anvedi, ha imboccato er Raccordo!”

Al momento di chiedere la tesi, non so quale ardire mi fece mettere sul piatto il nome di Werner Herzog. Avevo fissi in mente i suoi finali, tra i più straordinari della storia: la risata di Auch Zwerge haben klein angefangen, la zattera alla deriva con scimmie di Aguirre, i monaci di Herz aus Glas che salpano dall’Irlanda per qualche nuovo mondo, i moti perpetui di Stroszek che sarebbero stati l’ultima visione di Ian Curtis, la cavalcata a propulsione Gounod di Nosferatu, la barca in secca di Cobra Verde, l’ascesa wagneriana alla vetta di Schrei aus Stein, che a Venezia mi aveva provocato una sorta di crisi isterica à la Stendhal.

(Già, Venezia, ci sarebbe da dire delle mostre di quegli anni, con lo sparuto accredito studentesco, gli esosi appartamenti del Lido affittati per 5/occupati in 15, amiche e amici spagnolettiani mai più visti o ancora oggi cari al cuore.)

Comunque tornando al, perdono, “cazzone bavarese” (come un compagno di studi chiamò una volta il buon Werner) Giovanni mi gelò: “Lo sai il tedesco?” Ehm, ma certo, Jeder für sich und Gott gegen alle, mein General! Insomma, dovetti ripiegare sul piano B, che era un invero originalissimo “tema del doppio in Brian De Palma”. Per fortuna poi vidi Heat e decisi che doveva essere (Muß es sein? Es muß sein!) Michael Mann. “Hai capito Spagnoletti che tesi dà”, mi disse tempo dopo Alberto Pezzotta. Beh, bisogna pensare che, nonostante l’impatto devastante del suo ultimo film, si era ben lontani dal pensare Mann come il più grande regista hollywoodiano in attività, cosa all’ordine del giorno negli ultimi anni. Non so se quella (con Murri come correlatore) fu la prima tesi su di lui, ma dovremmo essere da quelle parti.

Nel frattempo Giovanni, bontà sua, pensò che potessi essere della partita per un nuovo progetto a doppio binario, piuttosto innovativo per l’epoca: una classica rivista di taglio critico-accademico in cartaceo da una parte; una compagna più snella e veloce, incentrata sull’attualità, che avrebbe trovato posto nel semi-pioneristico web di fine secolo. Mi recai al primo incontro esplorativo sulla seconda a casa sua, via dei Sardi, per quello che negli anni seguenti sarebbe diventato un appuntamento fisso. In quella primigenia “Close-Up On Line” c’erano Valentina Arcucci, Stefano Cappellini, forse l’ineffabile Luca Franco, Claudio Gnessi, Roberto Pisoni, Roberta Saiardi, Elena Vecchia. Tanta altra gente sarebbe andata e venuta, avrebbe detto il dottor Otternschlag: Michela Carobelli, Fabrizio Croce, Marina Delvecchio, Valentina Di Michele, Alessandro Izzi, Marino Galdiero, Chiara Lenzi, Giancarlo Mancini, Giovanna Quercia, Giovannella Rendi, Letizia Vacirca, Edoardo Zaccagnini, e mi scusino gli altri. Tanti saggi, e recensioni, e speciali, tante discussioni su un cinema che stava cambiando pelle, tante pizze a San Lorenzo.

Tante partite su campi dalle parti della Tiburtina, nel mezzo, ché il fervente milanista Giovanni aveva messo su un team della Sapienza in grado di sfidare la rappresentanza di Roma Tre guidata da Vito Zagarrio. Per epiche rievocazioni di quegli scontri degni della storica disfida tra le troupe di Novecento e di Salò dovreste rivolgervi a fonti più attendibili, quali Adriano Filippucci o Riccardo Protani. Io però rimembro ancora interessanti chiacchierate negli spogliatoi il cui tema non erano tattiche e formazioni bensì Max Ophüls o Fritz Lang.

E poi Pesaro, una sorta di coronamento del tutto: soprattutto quei pomeriggi di maggio, e le relative sere, chiusi a via Vicenza per la stretta finale, con Pedro Armocida, Andrea Di Mario, Anthony Ettorre, Barbara Faonio, Francesca Leonardi, Marina Oddo, Natasha Senjanovich… Il cinema giapponese e quello meticcio, John Sayles e Jacques Doillon, Stanley Kwan e José Luis Guerín; il Teatro Sperimentale e le proiezioni a Piazza del Popolo; i tavolini del Caffè Ducale sulla stessa, dove si discuteva con animazione tanto del festival quanto del suo direttore, Meister Spagnoletti.

Tirando giù la quarta parete: auguri Giovanni, im Lauf der Zeit. E adesso, per parafrasare gli Elii, una lieta citazione che non c’entra niente, ma potrebbe piacerti: 

“Il piede sanguinante non lo sentivo nemmeno. La nave mi era indifferente. Non aveva più valore di una qualunque bottiglia di birra rotta nel fango, di un qualunque cavo d’acciaio che si torceva nella melma. Non c’era dolore né gioia, non c’era agitazione né rilassamento, non c’era felicità né un suono, non c’era nemmeno un respiro di sollievo. Era soltanto il fatto di capire una grande inutilità, o, più precisamente: io ero solo penetrato più profondamente nel suo misterioso regno. Vedevo la nave che, risospinta nel suo elemento, sospirando pigramente si risollevava. Oggi, mercoledì 4 novembre 1981, poco dopo mezzogiorno, siamo riusciti a portare la nave dal Río Camisea all’Urubamba facendole valicare una montagna. Tutto quello che c’è da dire è questo: io vi ho preso parte.”
(Werner Herzog, La conquista dell’inutile)


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