Ex Libris 318 (oltre il cinema 2)

Note

Bisogna che immagini e suoni si intra-tengano da lontano e da vicino. Niente immagini, niente suoni indipendenti.

Il vero è inimitabile, il falso intrasformabile.

Musica: isola il tuo film dalla vita del tuo film (voluttà musicale). È un potente modificatore e persino distruttore del reale, come l’alcol o la droga.

Il tuo genio non è nella contraffazione della natura (attori, scenografie), ma nel tuo modo di scegliere e coordinare frammenti che le macchine da presa le hanno strappato.

Non abbellire né imbruttire. Non snaturare.

Vedi il tuo film come una combinazione di lingue e volumi in movimento, al di fuori di quello che raffigura e significa.

Immagine. Riflesso e riflettore, accumulatore e conduttore.

Ripresa. Angoscia di non lasciar sfuggire nulla di quel che intravvedo appena, di quel che forse ancora non vedo e potrò vedere soltanto più tardi.

Il tuo film non è fatto per una passeggiata degli occhi, ma per penetrarvi, per esserne completamente assorbito.

Espressione per compressione. Mettere in un’immagine quel che un letterato diluirebbe in dieci pagine.

Non si tratta di recitazione “semplice”, o di recitazione “interiore”, ma di non recitare affatto.

Provocare l’inatteso. Aspettarlo.

Molte inquadrature della stessa cosa, come un pittore che dipinge molte tele, o esegue molti disegni dello stesso soggetto, e che, ogni volta, progredisce verso l’esattezza.

Dare agli oggetti l’aria di aver voglia di esserci.

La bellezza del tuo film non sarà nelle immagini (cartolina-postalismo) ma nell’ineffabile che sprigioneranno.

Quante cose si possono esprimere con la mano, con la testa, con le spalle!… Quante parole inutili e ingombranti spariscono allora! Che economia!

Trasalimento delle immagini che si svegliano.

Emozione prodotta attraverso una resistenza all’emozione.

Non rifiutarti ai prodigi. Comanda alla luna, al sole. Scatena il tuono e il fulmine.

È vano e stolido lavorare specificatamente per un pubblico. Non posso provare quel che faccio, nel momento in cui lo faccio, che su di me. E poi non si tratta che di fare bene.

Sempre la stessa felicità, lo stesso stupore di fronte al significato nuovo di un’immagine che ho appena cambiata di posto.

Costruisci il tuo film sul bianco, sul silenzio e l’immobilità.

Senza cambiare nulla, che tutto sia diverso.

DIVINAZIONE, questo nome, come non associarlo alle due sublimi macchine di cui mi servo per lavorare? Macchina da presa e magnetofono, conducetemi lontano dall’intelligenza che complica tutto.

 


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