Ecologia del linguaggio Slight Return

Non sappiamo se ci avete fatto caso, ma le maggiori inesattezze del linguaggio sono sempre strategie di separazione, esclusione, e in ultima analisi dominio. I due esempi più clamorosi sono sempre quelli: il tracciare una del tutto arbitraria linea di separazione tra gli umani e tutti gli altri animali (da cui la famosa sindrome “Noi contro il resto del mondo”; l’inglobare e annullare il femminile nel maschile (“Il maschile ha la meglio sul femminile”). Per cui, sintetizzando; da una parte ci sta “l’uomo” (niente donne, niente trans, nient’altro che l’uomo col pisello, magari bianco, caucasico e col ciuffo alla Trump), dall’altra ogni altra specie, migliaia e migliaia di forme organiche ridotte a una negazione (non essere umani, l’Animot derridiano).

Il guaio grosso è che le remore ad abbandonare al loro destino il linguaggio specista e sessista non sono solo della massa ignorante, il popolo berciante sul web, i boccaloni delle fake news e gli hater professionisti. Sono anche di numerosi intellettuali, raffinati, coltissimi, engagé, che però se gli dici magari sarebbe il caso di smetterla di utilizzare per esempio insulti a tema animale (siamo sempre , signora mia, non si scappa) – o anche che espressioni come “ridotto a un vegetale” forse potevano essere usate senza preoccupazioni un secolo fa, quando non si aveva un’idea precisa delle incredibili capacità di alberi e piante, ma adesso sono ridicole – strabuzzano gli occhi e dicono “questa discussione non ha senso”, o dicono che l’idea che le parole influenzino le azioni sia più o meno una fisima postmoderna (true story).

Insomma, anche chi è abituato a spaccare certi pensieri in quattro, di fronte a queste scorie psico-linguistiche d’improvviso sviluppa un reazionario attaccamento agli stereotipi più vieti, si adagia comodamente nel culto della tradizione (i bei tempi per dire, dove non c’erano sindache, ingegnere e avvocate a rompere le scatole con queste diamine di a e di e a turbare il placido regno delle o e delle i), del “s’è sempre detto così” (ahia, dolore fisico), dell’innocuità del flatus vocis, se non arriva all’inalberamento per una intollerabile lesione alla libertà d’espressione. Ché, in effetti, s’è anche sempre detto “sporco negro”, “lurida troia”, “frocio di merda”, e chi siamo noi per andare a intaccare queste simpatiche locuzioni che in fondo non hanno mai fatto male a nessuno?


2 risposte a "Ecologia del linguaggio Slight Return"

    1. Ognuno può dire quello che vuole, ma si prende la responsabilità di dire una stupidaggine, diremmo. Paragonare un organismo umano malato, infermo, dimidiato, a un vegetale, che è un’esplosione di vita, è un paragone azzeccato? Se si pensa di sì, ok, se si sa qualcosina di botanica diventa evidente l’assurdità intrinseca e la pigrizia mentale che denota l’uso di un espressione del genere. Siccome scriviamo, ci teniamo a usare bene il linguaggio, non ad adagiarci su stereotipi senza alcun senso.

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