Ex Libris 289 (una città in cui si sente)

Questa è una città di saliscendi non soltanto alle finestre, ma di scalette che scendono e risalgono per passaggi nascosti, di corti improvvise e buie, di cunicoli arcuati da un palazzo all’altro, camminamenti scavati nei secoli come da vermi, una città dove i morti si sentono, composti e presenti, non morti sguaiati. Se ne sente il respiro e il ronfo, c’è un’età in cui lo si comincia ad avvertire nettamente, e piano piano si capisce che il pensiero della morte non è altro che questo, la capacità di smorzare tutti gli altri suoni, vani e caduchi, per percepire il ronzio della comunità disincarnata e russante alla quale si apparterrà per sempre. Non tutte le città permettono questo ascolto, il mondo è pieno di città inconsapevoli o illuse, città sbadate, dove i morti non si sentono, e perciò sono dei semplici scomparsi; in quelle città bisogna cercarli negli strati sottostanti, aprire una botola in fondo a una cantina, scoperchiando un cielo grigio su strade ancora piene di carri e di miseria, di carbone, di tram a cavalli e venditori d’acqua ambulanti, di una popolazione in costume con le scarpe impolverate, dove le fabbriche continuano a sfornare macchinari scheletrici, e una folla di ragazzini sdentati e analfabeti solleva gli occhi e ti guarda irridente.


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