Ex Libris 288 (lavori di merda)

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A metà ottobre facemmo due date con i Rolling Stones. […] aprire per i Rolling Stones è un lavoro di merda in ogni caso. Non lo consiglio a nessuno. Ti fanno questa proposta e tu pensi: “Sono il secondo gruppo rock più importante nella storia della musica dopo i Beatles. Perciò suonando con loro dovremmo sfiorare la storia.” Ma il fatto è che oggi il pubblico dei Rolling Stones è formato da avvocati, medici, commercialisti, consulenti. È un gruppo conservatore e ricco. Nessuno impazzisce. Il prezzo del biglietto e i costi del merchandising sono astronomici. È una roba del tipo: “Andiamo al centro commerciale Rolling Stones e guardiamoli suonare sul grande schermo”.
Tutta l’esperienza è orribile. Prima arrivi lì e non ti lasciano fare il sound check. Poi ti condedono un ottantesimo del palco. Ti riservano un’area microscopica e ti dicono: “Questa è per te. Non hai le luci, non puoi usare il nostro impianto di amplificazione. E, oh, fra l’altro, lo vedi questo pavimento di legno? È il vecchio pavimento di legno pregiato brasiliano di Mick, quello dove balla lui. Se fai tanto così di guardarlo, non ti paghiamo.” In sostanza, sei una piccola televisione sul palco e fai il tuo concerto mentre ottantacinquemila fan facoltosi, annoiati, fuori moda stanno lentamente prendendo posto. Indossano i loro giubbotti e sfogliano i loro cataloghi decidendo quale maglietta e quali pantaloni dei Rolling Stones prendere. Noi eravamo la musica di accompagnamento, il sottofondo per sedersi, prendere gli snack, comprare i vestiti. Un incubo.

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