These are the songs of my life: 4 P Live Edition

Mi chiedevo ultimamente quali fossero, non dico i più bei concerti che avessi visto, ma quelli che più mi sono rimasti dentro, in qualche modo. E ho tirato fuori quattro P.

P numero 1: Peter Gabriel, è una bella lotta tra il Secret World Tour e il Growing Up Tour, ma alla fine propenderei per il SWT, perché è il primo suo che vidi, e in particolare la seconda data romana, 19/11/1993, cui andai con biglietto rimediato all’ultimo, direttamente dall’università, mi ricordo che saltavo come un matto con cappotto e zaino sulle spalle. L’intro, Come Talk to Me, fu qualcosa di indimenticabile.

P numero 2: E secondo Peter, stavolta Hammill. L’ho visto due volte da solista, e sarei tentato di mettere il primo, al Palladium, un anno dopo Gabriel. Concerto visto da solo, di straordinaria atmosfera. Però il 12/6/2005 ho coronato il sogno di una vita, e i Van Der Graaf che mi fanno live The Sleepwalkers con un David Jackson scatenato non ha prezzo (in effetti ci andai pure gratis, lucky me).

P numero 3: A Roma negli anni 90 Radio Rock pompava alla grande i Porcupine Tree, tanto da costruire un culto cittadino per il gruppo di Steven Wilson, un po’ come ai primi tempi del prog, quando Genesis o VDGG, per richiamare i protagonisti di cui sopra, arrivavano in testa alla hit parade. Così il trittico live al Frontiera (25-27/5/1997) in cui i PC registrarono Coma Divine, riepilogo della fase psichedelica della band, fu circondato da un’eccitazione palpabile che rese il ben poco suggestivo capannone sull’Aurelia un’astronave psichica per 1500 persone a botta. Non mi ricordo sinceramente a quale delle date fossi (una volta conservavo tutti i biglietti, da bravo fanatico, adesso molti si sono persi per strada), ma comunque il concerto ufficiale, prima dei bis, si chiudeva sempre con la mitica Radioactive Toy.

P numero 4: Il posto, l’Ippodromo delle Capannelle, non era il massimo, ma la magia dei Portishead lo trasfigurò. Il suono live più bello che abbia mai sentito, testimonianza palpabile del genio di Geoff Barrow. La chitarra di Adrian Utley che si librava nell’aria fendendo i beat ipnotici, la cortina elettronica stesa da Barrow. E Beth Gibbons, abbarbicata al microfono, che fermava il tempo ogni volta che apriva la bocca. La qualità non è granché (e verso i 40 secondi un membro del pubblico decide di tirar giù un sonoro bestemmione), ma questo è il primo magico bis di quella magica sera.


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